LE ACCIUGHE

L'Acciuga, Engraulis encrasicolus, è una specie pelagica, che vive in
autunno ed inverno a profondità maggiori (100-200 m), mentre soggiorna più
vicina alla costa per il resto dell'anno, è un pesce di piccole dimensioni dal corpo affusolato con ventre
liscio ed arrotondato. La testa è allungata (circa 25% della lunghezza
totale) con ampie aperture branchiali. Il muso è prominente ed acuto. La
bocca, nella parte inferiore della testa, è grande ed oltrepassa il margine
posteriore degli occhi, che sono di notevoli dimensioni e negli adulti
presentano una membrana adiposa. La mascella inferiore, più corta della
superiore, porta piccoli denti. L'unica pinna dorsale è situata circa a metà
del corpo in posizione avanzata rispetto alle pinne anali; queste sono di
piccole dimensioni e situate in posizione mediana. Le pinne pettorali sono
sottili ed allungate e in posizione ventrale. Le squame sono presenti, ma
facilmente staccabili. Non è evidente linea laterale. La lunghezza massima
degli individui mediterranei è di 18-20 cm, comune 11-12 cm. La vita massima
è circa 4 anni. La colorazione, tipica delle specie pelagiche, è azzurro con
sfumature verdastre sul dorso, argentea sui fianchi e sul ventre. Le pinne
sul dorso e della coda sono di colore grigio chiaro, le altre
biancastre. Engraulis encrasicolus è dal punto di vista alimentare un
pesce classificabile come semigrasso (in alcuni mesi il contenuto in grassi
è maggiore) e discretamente digeribile. L'Istituto Nazionale della Nutrizione riferisce che 100 grammi
di parte edibile (carni) di acciughe fresche contengono 16.8 g di proteine,
1.51 g di carboidrati e un basso contenuto in grassi (2.6 g), un alto
contenuto in vitamine e sali minerali: vitamina A (100 UI), complesso B (B1:
80 e B2: 210 mcg), Calcio (148 mg); Ferro (2.8 mg) e Fosforo (196 mg),
mentre 100 grammi di parte edibile di acciughe sott'olio contengono 25.9 g
di proteine, 0.2 g di carboidrati e 11.3 g di grassi, Calcio (44 mg); Ferro
(1.3 mg) e Fosforo (351 mg). Alcuni elementi sono persi (vitamine, sali
minerali, ecc.), in parte o completamente, nel prodotto trasformato (pasta
d'acciughe, acciughe sotto sale), dove 100 grammi di parte edibile di
acciughe sotto sale contengono 25.0 g di proteine e 3.1 g di grassi.
Le
acciughe sotto sale

Cesare al lavoro con le acciughe
Campiglia ha una antica tradizione nella preparazione delle acciughe sotto
sale, del resto tutto il territorio costiero ligure è sempre stato zona di
pesca e conservazione in salamoia del prezioso pesce azzurro. Nelle Cinque
Terre, a Monterosso, si pratica ancora la pesca dell’acciuga, che richiede,
come vedremo una particolare tecnica. Note come "pan do mâ" (pane del mare)
per essere il principale nutrimento dei pesci predatori e pesce azzurro per
il bel colore argenteo, le acciughe sono uno dei prodotti più pescati nel
nostro mare e, di conseguenza, uno dei più consumati ed esportati. Grazie al
livello di salinità delle nostre acque le acciughe hanno un gusto in bilico
tra sapidità e delicatezza che le rende apprezzate non solo presso i Liguri,
che le gustano sia fresche che conservate, ma anche oltre i confini
regionali. Già nel Medioevo erano merce di scambio con il Piemonte.
A partire dal XII secolo si
perfezionò la tecnica della conservazione del pesce: affumicatura, sott'olio
e salatura. Tecnica antichissima pertanto la conservazione sotto sale che in
Liguria è pratica tuttora diffusa. La particolare morfologia e la posizione
geografica regionale (temperatura media annua, tasso di umidità dell'aria e
la salinità del mare) permettono di ottenere un livello di salagione
ottimale e caratteristico. Le acciughe appartengono alla specie
Engraulis encrasicolus L., tipica varietà di pesce azzurro conservata
tramite salatura, dalla carne compatta e con colorazione che va dal rosa
intenso al marrone. La razza che vive nel Mar Ligure depone le uova
precocemente, misura 3-4 centimetri di lunghezza a partire da giugno e
raggiunge i 7-8 centimetri in settembre.
Le acciughe vengono pescate con il metodo tradizionale "della lampara" o con
la rete a circuizione, "ciànciolo". Le acciughe sotto sale sono uno dei metodi di
conservazione del pesce più antichi che ci siano. Si tratta di scegliere,
pulire e salare il pesce, al fine di poterlo conservare a temperatura
ambiente, in vasi di vetro o terracotta, di opportuna forma e dimensione, fino a due o tre
anni.
Nella salatura delle acciughe, bisogna fare attenzione a diversi punti
essenziali che sono: periodo in cui comprarle, freschezza del pesce, pulizia
dalle interiora, salatura, desalatura, presentazione e consumo.

Cinzia dispone le acciughe
Come già detto anche a
Campiglia vige la antica tradizione di salare le acciughe, il metodo
ottimale, sperimentato ed affinato dai campigliesi nel corso degli anni,
risulta essere il seguente:
1)
Garantirsi una buona partita di acciughe, presso il pescatore di
fiducia, di adeguata pezzatura e tassativamente provenienti dal nostro Mar
Ligure o al massimo dal Tirreno.
2)
Trasferite le acciughe sul luogo della lavorazione, procedere
immediatamente alla pulitura del pescato, mediante asportazione della testa
e delle interiora, facendo attenzione, se possibile, a non lacerare troppo
il pesce. Mano a mano che si procede nell’operazione, si acquisisce
esperienza e manualità ottenendo un buon risultato finale. Le acciughe
non dovranno mai essere lavate in acqua dolce o venire a contatto con essa.
3)
Lasciare quindi il pesce così pulito per almeno 12 ore a “spurgare”
in un contenitore di grandezza idonea, con una buona dose di sale grosso,
manualmente mescolato con le acciughe, in modo da depurarlo di buona parte
del sangue residuo.
4)
Versare le acciughe in un contenitore drenante (di solito si usa la
cassetta di legno che le conteneva), tale da rendere l’acciuga adeguatamente
libera da liquidi.
5)
Procedere, in apposite arbanelle (tipico contenitore di forma
cilindrica) in vetro (talvolta in cotto), alla vera e propria salagione
mediante posizionamento testa – coda a strati sovrapposti, incrociati tra di
loro, interponendo la giusta quantità di sale grosso (Un quarto di sale o
leggermente di più, per ogni chilo di acciughe; la dose viene poi
automatica).
6)
Una volta che si è quasi al colmo dell’arbanella, con l’ultimo
strato, circa tre centimetri sotto il bordo, si stende il sale a coprire le
acciughe, si interpone un disco in pietra, il cui diametro è leggermente
inferiore a quello interno del vaso, detto disco è di solito in ardesia o in
vetro di grande spessore, con spigoli smussati. Si posiziona quindi sopra al
disco un peso consistente (pietra o contenitori di inerti o liquidi) allo
scopo di esercitare una continua pressione, che crea adeguato spessore di
liquido sovrastante le acciughe; detto liquido deriva dalla parziale
liquefazione del sale, unito ai liquidi residui del pesce, necessari alla
garanzia della stagionatura.
7)
Al di là dei canonici 40 giorni di salagione, pare opportuno per una
migliore degustazione attendere quantomeno 3 mesi dalle sopraccitate
procedure.
8)
Disporre i contenitori in luogo fresco, asciutto, possibilmente al
buio, se di vetro.
Come le acciughe sotto
sale finiscono oggi sulla nostra mensa.
Uno dei tanti metodi
di presentare finalmente le acciughe sotto sale sulla nostra mensa: togliere
la quantità necessaria dal contenitore con la salamoia e, dopo averle preventivamente
lavate sotto l’acqua corrente, dividerle a metà togliendo la lisca. Si
dispongono quindi dentro una terrina o piatto fondo, a seconda delle
quantità, facendole scolare, in modo da eliminare opportunamente l’acqua in
eccesso. Si versa sopra le acciughe, così disposte, fino a ricoprirle, un
buon aceto di vino bianco, e qui a Campiglia lo abbiamo davvero; dicevano i
nostri vecchi: “per fare un buon aceto è necessario partire da un buon
vino”. Scopo del preventivo “lavaggio” nell’aceto è quello di far perdere
alle acciughe quel sapore che noi chiamiamo “di marinato”, con risultato
finale di rendere questo pesce azzurro molto più appetitoso. Si lasciano
così immerse nell’aceto per 15/20 minuti, dopodichè si elimina, facendolo
scolare, l’aceto versato in precedenza e si ripete l’operazione versandone
del nuovo e lasciandole così immerse per il medesimo tempo usato in
precedenza. Terminata l’operazione di scolatura dell’aceto residuo, si
procede al normale trattamento, disponendole finalmente su di un piatto o
terrina, aromatizzando, a seconda dei gusti, con aglio tritato,
timo, origano, capperi sott’aceto, peperoncino rosso, etc. Si coprono
quindi, versando un ottimo olio di oliva genuino. Prima di servirle sarebbe
utile lasciarle così per qualche ora, in modo che l’aromatizzazione sia più
diffusa.
Maurizio Maggiani
Mi hanno delocalizzato le acciughe di Monterosso
Tratto da “Il Secolo XIX”, 12 giugno 2005
Oggi, in questo giorno che altri tempi avrebbero consacrato al
sacro dovere del voto e l'odierna temperie alla santa indulgenza
dell'astensione, mi dedicherò a pregnanti questioni dell’economia modiale.
Nonostante i preoccupati allarmi dei pescatori liguri ampiamente riportati
dalla stampa nei giorni scorsi, ieri mattina al mercato ittico ho trovato
abbondanza di acciughe a prezzi abbordabili. Acciughe della marca più
pregiata, acciughe di Monterosso. In ottemperanza alle vigenti normative
sulla trasparenza dei prodotti, il pesciaiolo esibiva il seguente cartello:
“Acciughe di Monterosso pescate nel Mediterraneo Euri 8”. Mai un prezzo così
equo in tempi di penuria, peggio, di minacciata estinzione della specie.
L'acciuga di Monterosso è nota in tutto il mondo, è uno dei prodotti made
in Italy non ancora minacciato dalla concorrenza internazionale.
Apprezzata dai palati nostrani e dai gourmet internazionali, si distingue
dalle acciughe comuni per quel suo particolarissimo accento bleso con cui si
intrattiene in pacate conversazioni sull'Essere e sul Nulla mentre si
dibatte nella rete calata dai finissimi intellettuali dediti alla pesca
nello specchio d'acqua prospiciente la località delle Cinque Terre da cui
prende il nome.
L'acciuga di Monterosso non può che essere made in Monterosso. Allo
stesso modo che il Brunello di Montalcino non può che essere made in
Montalcino e lo champagne made in Champagne. Al mercato ci viene
offerta invece made in Mediterraneo. Cosa significa? Che quell'acciuga
di Monterosso può essere pescata nelle acque di Cipro da pescherecci
battenti bandiera nepalese, in quelle al largo di Malta da equipaggi
taiwanesi, nella secca della Mammella tunisina da barche tunisine, nel Golfo
del Leone da motovedette irachene. Tutto può voler dire quel cartello, meno
che quelle acciughe siano state private della loro nobile vita al largo di
Monterosso. Fosse stato così, ce l'avrebbero scritto e avrebbero triplicato
il prezzo. È dunque successo qualcosa di grave, qualcosa di
irrimediabilmente nefando per l'economia nazionale. La delocalizzazione
dell'acciuga. Noi giustamente lamentiamo la concorrenza feroce e sleale di
Cina, India, Taiwan che immettono nel nostro mercato prodotti "farlocchi",
copie del nostro pregiatissimo made in Italy, o semplicemente
prodotti originali a prezzi stracciati. E qualche volta ci dimentichiamo che
alcuni di quei concorrenti sleali sono industriali italiani, e che tra
questi ce ne sono alcuni che, appunto, hanno delocalizzato le loro imprese
in quei Paesi. Per guadagnare fortune inguadagnabili in questo Paese,
naturalmente, per non avere casini con la manodopera, per amore
dell'esotismo, magari. Producono mattonelle, scarpe, asciugamani,
aspirapolvere, frigoriferi, guêpières e completi gessati italiani made in
China o in Sri Lanka. Noi compriamo quella merce e presto ci accorgiamo come
sia poco confacente. Perché, è una legge inesorabile, un operaio che
guadagna un dollaro al giorno non potrà che fare un prodotto da un dollaro
di valore e uno che ne guadagna cento ne farà un altro cento volte migliore.
È per questo che, tanto per dire, la Mercedes prospera pur pagando
profumatamente il suo personale e la Svezia continua a produrre e vendere
acciaio pregiato nonostante gli altiforni turchi e cinesi.
La delocalizzazione sta facendo grandi danni non solo alle economie
occidentali ma anche ai consumatori occidentali. Sono convinto che ci
piacerebbe ancora avere in cucina un frigorifero, io ce l'ho, che funziona
splendidamente da venti anni anche se lo abbiamo pagato caro, e
continueremmo a preferirlo a uno, più economico, che dobbiamo sostituire
ogni quattro, cinque anni, anche perché, alla fine, non risparmiamo un bel
niente. Ora hanno delocalizzato persino le acciughe di Monterosso. Mi viene
da pensare che sia il punto più basso a cui è potuta arrivare la crisi
morale, economica e culturale di questo Paese. Mi piacerebbe sapere chi è
stato ad avere l'idea, perché, a suo modo, è un'idea geniale. Naturalmente è
stato geniale anche chi ha inventato le acciughe di Monterosso, ma si tratta
di un precursore. A questo punto la faccenda è di rilevanza mondiale.
Immagino che tra un anno, stante la penuria dei mari liguri, potremo
scegliere tra quelle di Monterosso pescate nel Mediterraneo e quelle, sempre
di Monterosso, pescate nell'Oceano Pacifico. A qualcosina in meno,
naturalmente, queste ultime.
Maurizio Maggiani:
Grazie davvero onorevole Banti anche a nome delle
acciughe
Tratto da "il Secolo XIX", 26 marzo 2002
Oggi mi voglio rovinare, così mi espongo in una
pubblica dichiarazione d’amore per un uomo, un uomo, peggio che mai,
politico: l’onorevole Egidio Banti. Per attenuare lo scandalo dirò che
alla mia dichiarazione d’amore si associano molti milioni di acciughe che
stazionano al largo di Monterosso, Cinque Terre, Italia, e le decine di
onesti e virili pescatori e salatori delle sopraddette. Oggi l’onorevole
Banti si sentirà molto amato. Voglio mettervi a parte del retroscena di
questa insolita passione perché so quanto la cronaca rosa può fare per
rendere la tragedia del nostro Paese compatibile con la vita umana. Dunque
vi racconto. Sappiate che sono preda di un’insaziabile, primordiale
passione per le acciughe. Ci vado letteralmente pazzo; mi piacciono crude
e cotte in ogni possibile variante della cucineria marinara. Non manca mai
in casa mia un vaso di acciughe salate, che quando mi prende l’appetito ci
metto mano per farmi un bel panetto al profumo di aglio e prezzemolo, che
solo a scriverlo sono qui che mi scappa di andarmelo a fare. Chi frequenta
Sottoripa e i più autorevoli mercati ittici del mondo sa che l’acciuga di
maggior blasone è quella detta di Monterosso. Di quella e solo di quella
mi nutro, anche se ha quotazioni auree ed è venduta salatissima più che
salata. Come faccia un’acciuga ad essere di Monterosso è un mistero che mi
affascina. Chi conosce le Cinque Terre sa che sono strette strette una in
fila all’altra, e l’idea che un’acciuga passi la vita nelle acque del
comune di Monterosso senza sentire l’intimo desiderio di nuotare fino a
Levanto o Riomaggiore, magari sposarsi con un’acciuga di Corniglia, e
quindi godere del diritto di residenza in quei comuni, mi rimane una
domanda insoluta. Resta il fatto che le acciughe dette di Monterosso sono
le meglio e le salatrici di Monterosso di leggendaria perizia. Fin qui
tutto bene. Ma ieri mattina sintonizzo la radio su GR Parlamento e cosa ti
sento? Che il Parlamento è lì lì per levarmi l’acciuga di bocca. Ad opera,
vedi te, della sinistra affamatrice. Stava l’alta assise dei
rappresentanti del popolo discutendo una di quelle leggi che cambiano la
vita della gente e che la gente è solita ignorare finché non se le trova
sul piatto. In questo caso, il decreto per i provvedimenti d’urgenza a
sostegno di agricoltura, allevamento e pesca. Al comma 5 Ter(re)detto
decreto consente lo smaltimento in mare dei rifiuti della prima
lavorazione del pesce azzurro (acciughe). Non sarà una roba da lord, ma la
vita ci insegna che il pescatore d’acciughe decapita e sbuzza le prede in
mare. E, detto tra noi, di tutta la merda che finisce in mare se
rimanessero solo le lische io ci nuoterei più tranquillo di adesso. Bene.
Ma ecco che insorge tale onorevole Franci con un emendamento, che qui
oserei definire eco fichetto. Tale emendamento proibisce lo smaltimento
all’antica da sostituirsi con il moderno e più salubre incenerimento. Ve
lo immaginate voi un inceneritore di acciughe installato nella splendida
cornice delle Cinque terre? Il perfetto inserimento architettonico e
organolettico nell’ancestrale paesaggio? La gara tra Christian Dior,
Rabanne e Givency per accaparrarsi i preziosi afrori per le loro essenze?
La biblica migrazione di gatti che dai quattro continenti si dirige alla
volta del tempio del dio Lisca? La verità, cari miei, è che si è trattato
di un attacco senza precedenti all’acciuga monterossina. Ad opera di lobby
non precisate ma sospettabilissime. I tonni e gli sgombri non si lavorano
in mare, tanto per dire. Ma per fortuna che qui interviene il mio eroe,
l’onorevole Egidio Banti, anch’egli di sinistra, ma della componente Pane
e Acciughe al Popolo. Con un intervento tanto coraggioso quanto saggio, ha
smantellato l’orrido emendamento brano a brano. Ne ha fatto poltiglie,
l’ha incenerito. A tal punto che manco il governo, che se solo può dare un
dolore ai sinceri democratici, si spende e si spande, ha osato appoggiare
l’innominabile Franci. Il quale, sconfitto, si è dileguato nelle nebbie
della crisi della sinistra, per perdersi in un suo vacuo sogno di virgineo
lindore. E le acciughe cosiddette di Monterosso, i salatori
inequivocabilmente monterossini, il sottoscritto e molti ghiottoni
democratici sparsi in tutto il mondo sono salvi. L’amo pio Banti. E in
virtù di questo mio sentimento le perdonerò la gravissima colpa di aver
coniato la più brutta frase dell’anno. L’ho beccato l’onorevole dichiarare
al cospetto del Congresso dei fiorai della Margherita che «La nostra
Margherita è meglio di quella degli innamorati: loro la margherita la
spetalano, noi la impetaliamo». Ma che eleganza! Oltretutto, neanche un
minuto dopo il forbito detto, Arturo Parisi si è spetalato dalla
Margherita con tale veemenza che neanche il buon Banti ce la farebbe a
impetalarlo più.