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CAMPIGLIA   FINISCE  IN  INTERNET PER RACCONTARE LA SUA STORIA  DI IERI

 

 

Articolo sul “Il Secolo XIX” del 20 Novembre 2006, a cura di Sondra Coggio 

Un sito fatto da uno Sturlese e da un Canese 

ANEDDOTI, piccole storie di vita e del lavoro contadino d'altri. tempi. Rivive la storia antica di Campiglia, e viaggia in Internet, grazie a un’idea di Piero Lorenzelli, figlio di madre Sturlese, della stirpe dei Giacobbe, e di Enrico Canese della stirpe del Ministro. La precisazione non è casuale. Il borgo, storicamente, è nato proprio da queste due "dinastie". Il sito www.campiglia.net, viaggia fra storie e immagini di zafferano e acciughe, fichi d'India, lavanda, mirto e rosmarino condito, con una sezione dedicata all'Associazione Campiglia. Riparte dalla fine dell'Ottocento: rovistando fra l’archivio parrocchiale redatto a partire dal 1740 e le annotazioni dell'antropologo Sittoni del 1907, sui viticoltori di Tramonti. Si scopre così che il massimo splendore della località si visse nel 1930: ben 470 anime, tutte o quasi Sturlese e Canese. Poi cominciò la regressione della civiltà contadina, complice un afide di origine francese che attaccò la vite: e si cominciò a migrare. Ma prima, prima no. Campiglia pulsava di vita. Scrive Lorenzelli che agli inizi del Novecento, un buon numero di campigliesi era analfabeta, ma non tutti. C'era addirittura chi faceva politica, come quel Michele Canese che fu consigliere in Comune, quando ancora Genova era capoluogo di provincia. Nel 1853 accompagnò il principe di Casa Savoia Umberto I,  allora bimbo di 9 anni, futuro re d'Italia, in visita a Campiglia. Ebbe poi un encomio scritto dal generale Domenico Chiodo per la fornitura di pietre scalpellinate, tratte dalle cave della zona e modellate a mano da artigiani campigliesi. Pietro Carro, di Francesco, spezzino del 1850, passò alla storia per la tenacia. Operaio in Arsenale, sposatosi nel borgo, per 31 anni raggiunse ogni giorno a piedi lo stabilimento militare, dalla mulattiera: 2050 scalini, più tre chilometri di sentieri. La paga? 350 lire. Ebbe una pensione di 630 lire. Evidentemente, era innamorato dei terrazzamenti; "canti" o "fasse", che si lavoravano con la "picheta" e la "sapeta", per far crescere le viti nei pergolati, gli "autedi". Nel Novecento, prosegue Lorenzelli, arrivò la scuola elementare: tre anni di corso, con una sola maestrina. E Campiglia ebbe i suoi vip. Come Gio Batta Sturlese, cappellano di Santa Caterina, quando ancora dipendeva dalla chiesa. di San Martino di Biassa. Le famiglie, ricorda, erano allora molto numerose, fino a nove figli: e le femmine cucinavano e portavano i pasti ai genitori, partiti all'alba per il duro lavoro dei campi. Chi possedeva pecore, faceva "formaiéte", e "recòtu", la ricotta, e aveva lana per le maglie fatte a  mano. Dal batuffolo di lana grezza nascevano i filamenti: da sbiancare nei "concon", gli stessi usati per il bucato... Nascevano così maglie ruvide e scomode, che però facevano restare al caldo i contadini, e proteggevano dall'umidità. Del resto, allora si camminava anche a piedi nudi, perfino nella raccolta delle castagne! E scalzi i campigliesi scendevano in città, portando sulle spalle legna da ardere o barili di vino, "baisei" che vendevano su prenotazione: e nelle scarpe appese al collo, da indossare. all'Acquasanta, mettevano le castagne bollite ancora con la buccia, i "baleti", ma anche i "fighi" secchi avvolti nella tela. Molti uomini indossavano orecchini, i "pendin": la cintola di cuoio alla vita, con la roncola appesa. Erano destinati a diventare buoni vignaiuoli, fare muretti a secco, e dimostrare resistenza alla fatica. L'uva migliore veniva destinata al vino "renforsà". E le donne intrecciavano ginestre per la legatura dei vitigni. Per facilitare il lavoro, vicino alle vigne venivano costruite piccole case, con gli stipiti in arenaria: Alla vendemmia, era una festa:. un via vai con le "corbe", ceste da portare in spalla. Ci si fermava a riposare su muretti costruiti apposta, "posa". La donna portava uve nella paniera, in testa, su un cerchio di juta, il "varco". C'era poi la coltivazione delle olive: in paese esistevano tre frantoi oleari, molto artigianali. Le "masene" per frantumare le “oive” erano a forma cilindrica in arenaria, spaccata con i cunei, "punciotti". C'era poi naturalmente la pesca ai "porpi", anche con le... mani. Le donne, per attrarre i polpi, immergevano le gambe bianche fra gli scogli, attirando i polpi. Il campigliese li centrava quindi con la "fussena", la fiocina. Si dava del voi, con molta deferenza. E la vita scorreva lenta Anzi, "slow"...

 

TRE  TERRE  Un pool di associazioni in campo per valorizzare ambiente, agricoltura

                           strutture  dell’accoglienza

 

HOTEL - PAESE,  NON   SOLO   TURISMO

 

  

Un progetto pilota promuove un network tra Campiglia,  Carpena  e la  Palmaria 

Articolo su “Il SecoloXIX” del 26 Settembre 2006, di Patrizia Bertozzi 

Marmellata di fichi d'India "made" in Tramonti, recupero dei castagneti a Carpena, creazione di un agriturismo sull'isola Palmaria. Sono solo alcune delle iniziative di valorizzazione dell'ambiente, dell'agricoltura e del turismo a cui punta il progetto pilota "Bam Network" che mette insieme gli Hotel paese di Campiglia, Carpena-Castè e isola Palmaria. Il progetto, che ha il sostegno delle rispettive amministrazioni locali, (Comuni della Spezia, Riccò del Golfo e Portovenere) è promosso da Confagricoltura, Confedilizia e Confcommercio. I tre borghi, già ribattezzati le "Tre Terre" perchè uniti dalla particolarità del territorio e da rapporti storico-culturali, hanno stretto alleanza per ottenere i finanziamenti europei, tra cui le misure del Piano di Sviluppo Rurale della Liguria. Il primo passo è stata la presentazione pubblica del progetto, avvenuta ieri nella sede della Fondazione Carispe, cui seguiranno gli studi del modello di recupero e valorizzazione della rete territoriale e, a partire dal 2008, la realizzazione degli interventi. «Puntiamo al recupero del territorio e dell'ambiente, mantenendo l'unicità e l'identità di questi luoghi. Solo dopo potremo definire il tipo di ospitalità da offrire», precisa Gianfranco Bianchi, presidente di Confcommercio e dell'Hotel paese della Palmaria. Sull'isola, per esempio, esistono quattro aziende agricole che producono miele, mirto, olio e vino. Sono di piccole dimensioni, ma attendono solo di essere valorizzate e di poter crescere, affiancando eventualmente alla produzione anche strutture di ospitalità, come un agriturismo. A Tramonti di Campiglia si sono già ritagliati un loro spazio nell'agricoltura di nicchia con la coltivazione dello zafferano che occupa seimila metri quadrati, a cui più di recente si sono aggiunti i fichi d'india su un'area di tremila metri. «Dal prossimo anno produrremo pure la marmellata di fichi d'india, che oggi si fa solo a Catania, spiega Pierpaolo Bracco, presidente dell'Hotel paese di Campiglia e avvieremo il recupero di circa novemila metri quadri di terreno al Persico e a Navone, dove impiantare vitigni selezionati per la produzione di  Sciacchetrà». Nell'ex-scuola elementare sarà realizzato un laboratorio per la lavorazione di questi prodotti (escluso il vino) e delle erbe officinali come lavanda e rosmarino. Un territorio, quello di Campiglia, che ha legami geografici e storici molto stretti con tutta la costa di ponente del Golfo. «Nell'antichità  spiega Bracco, il vino veniva portato da Campiglia a Portovenere, così come l’uva da tavola». Legame che esiste anche con le propaggini più estreme del Comune di Riccò del Golfo, come i borghi di Carpena e Castè. Qui, dove si è già avviato il recupero di abitazioni private a fini di ospitalità, si punta, come sottolinea il sindaco Roberto Figoli, a valorizzare il bosco, i vecchi castagneti e a destinare zone agricole alla produzione della vite.

 

 

MOGOL  SCOPRE  IL  FASCINO  DI  CAMPIGLIA 

 

 

                                                                      Mogol con Riccardo Canesi a Campiglia

 

Articolo su “Il SecoloXIX” del 5 Agosto 2006, a cura di Luciano Bonati 

Della Spezia e delle Cinque Terre conserva bei ricordi, ma sulle alture di Campiglia Giulio Rapetti, in arte Mogol, non era mai salito. Lo ha ora fatto rimanendo incantato dinnanzi allo spettacolo che da quel pulpito s'ammira. L'autore più fecondo e più ascoltato d'Italia ha voluto far visita alla periferia del Parco nazionale delle Cinque Terre per sincerarsi del "fascino selvaggio" da cui  nelle assicurazioni di due amici che lo avevano invitato ci si sente soggiogati visitando il territorio terrazzato di Tramonti, il paesaggio  costruito dall'uomo come nelle Cinque Terre, e che qui esprime l'anima forse più autentica. I due amici sono Walter De Battè e Riccardo Canesi, che a Campiglia sviluppano un progetto teso ad esaltare la qualità dei vitigni e, conseguentemente, del vino. Sulla rotta dei Fenici e poi dei Greci, ad esempio, essi hanno inseguito lungo le coste del Mediterraneo vitigni celebri, ritrovandone, trapiantandoli, alle Cinque Terre e già facendoli fruttificare. Come il Grenaccia. Inoltre a Campiglia, dove Canesi ha peraltro radici e De Battè possiede beni di famiglia, essi stanno per inaugurare una cantina dove il concetto della qualità prende forza dalle architetture antiche nella cui cornice si collocano le botticelle di rovere.  Se il paesaggio naturale non concedeva spazio alle parole, dovendo essere gustato nel silenzio, la cantina spontaneamente le introduceva. Così il "paroliere" per più di mille canzoni non ha nascosto il suo amore a prima vista per Tramonti; ha garantito di tornare presto e, sorprendendo tutti, ha promesso di portare uno spettacolo.  Più tardi mentre gustava dalla Maria della "Lampara” la grigliata mista e pietanze allo zafferano puro di Campiglia, Mogol ha rievocato con entusiasmo la calorosa accoglienza degli spezzini quando al “Picco", nel 2000, si giocò la partita fra cantanti ed ambientalisti/giornalisti. La porta di. questa squadra era difesa dall'allora ministro dell'ambiente Edo Ronchi, mentre Riccardo Canesi, suo segretario, giocava all'attacco. Mogol s'è poi commosso ricordando Lucio Battisti e la cerimonia, a Riomaggiore, di scoprimento di una targa in memoria del grande cantautore. Davanti alla quale, peraltro, un nodo alla gola prende tutti leggendo parole di Mogol che vi sono riportate:

"Come può uno scoglio arginare il mare / Anche se non voglio torno già a volare / Le discese azzurre e le verdi terre / Le discese ardite e le risalite".

Sembrano versi a misura di Cinque Terre...

 

DA  47  ANNI  NON  RIVEDE  GLI  AMICI.

LI  RISCOPRE  VIAGGIANDO  SU  INTERNET

                                                                                                                                            (Anno 1958)

  Articolo sul giornale “La Nazione” del 1/08/06, a cura di Manrico Parma 

Una e-mail dagli Stati Uniti : “Ora voglio tornare”

Grande amica della famiglia Sturlese chiede informazioni a Piero Lorenzelli 

CAMPIGLIA - Grazie a Internet ha riscoperto Campiglia che visitava da turista alla fine degli anni Cinquanta. Sul suo computer, dall'altra parte dell'oceano, le sono apparse le immagini del borgo spezzino che dà sul mare delle Cinque Terre. Tutto merito del sito www.campiglia.net. curato da Piero Lorenzelli. Sul filo della nostalgia  e del ricordo Inge-Lise Graf Sheppard, una danese emigrata in America ora vuole tornare lassù dove - paesaggio unico al mondo -  la collina degrada sul mare e le «persone sono gentili e gran lavoratori». La  donna ha inviato una toccante e-mail alla casella di posta elettronica di www.campiglia.net. Chiedendo informazioni del suo amico Fulvio Sturlese, che purtroppo non c'è più. «Ho navigato molto – scrive - sul sito di Campiglia Tramonti, nella speranza di visitare prossimamente questo bel territorio. Ero solita fare visita alla fine degli anni '50, alla famiglia Sturlese che viveva in via della Chiesa n. 1, soprattutto per incontrare il loro figlio Fulvio, di cui ero molto amica. C'era un altro figlio, penso si chiamasse Bruno. Il capo famiglia aveva una ferita ad una gamba a  causa della guerra, quando era soldato in « Nord Africa » . E prosegue: «Non ho più  avuto alcun contatto con la famiglia dal 1959, l'anno seguente sono emigrata dalla  Danimarca, dove sono cresciuta, negli Stati Uniti dove ho sempre vissuto. Comunque le mie visite a Campiglia hanno lasciato in me una profonda impronta, e la mia massima  aspirazione è quella di ritornare prima che diventi troppo vecchia. La gente che ho incontrato a Campiglia era incredibilmente gentile, erano dei gran lavoratori, non avevano molto, qualsiasi cosa avessero la condividevano». E conclude: «Gradirei eventuali notizie sulla famiglia Sturlese, e se esiste la possibilità per i turisti di alloggiare a Campiglia». Il messaggio giunto dall'America ha toccato nel profondo Piero Lorenzelli e i rappresentanti dell'Associazione Campiglia (il gruppo che punta al rilancio e alla valorizzazione del borgo). La donna avrà presto la risposta con tutte le informazioni. In attesa di vederla di nuovo a Campiglia.

 

TRAMONTI   VA   IN   VETRINA

Articolo sul giornale “La Nazione” del 13 Luglio 2006 a cura di Luciano Bonati 

Due giorni di iniziative dedicate allo spicchio del territorio spezzino compreso nel Parco delle 5 Terre 

LA SPEZIA     Domani e sabato 15 luglio in piazza Ramiro Ginocchio e alla Palazzina delle Arti della Spezia si terrà una «due giorni» dedicata alla manifestazione «Tramonti in città. Conoscere, salvare, valorizzare un territorio della Spezia». L'iniziativa è stata promossa dal Comune della Spezia, dal Parco Nazionale delle Cinque Terre, dalle Circoscrizioni I e III, dall' istituzioni per i Servizi Culturali, dall'ARCI e dalle Associazioni Campiglia, Per Tramonti e Vivere Tramonti. L'obbiettivo è quello di sensibilizzare l'intera comunità a operare per salvare e valorizzare questa straordinaria parte del nostro territorio del Comune della Spezia. Le bellezze, la storia, i sapori, i profumi ed anche i problemi di Tramonti invaderanno dunque per due giorni il centro città. Ci saranno incontri, dibattiti, mostre, musica e degustazioni di prodotti tipici a cura delle Associazioni per Tramonti, Vivere Tramonti e Campiglia e della Piccola Società Cooperativa Tramontour. Presso il bar “Il caffè" dei fratelli Terrile, l'Enoteca Party House, Il Tulipano, la Pizzeria Cecco Rivolta e la Trattoria da Sandro sarà possibile ordinare aperitivi e menù Tramonti. L'inaugurazione è prevista per domani alle 18.30. Saranno presenti, fra gli altri, Giorgio Pagano, Sindaco della Spezia; Franco Bonanini, Presidente Parco Cinque Terre; Giuseppe Ricciardi, Presidente della Provincia della Spezia; Giancarlo Cassini, Assessore all'Agricoltura Regione Liguria; Stefano Gianardi, Presidente I Circoscrizione; Fabrizio Andreotti, Presidente III Circoscrizione; Giancarlo Natale, Presidente Associazione per Tramonti; Olmina Tedesco, Presidente Associazione Vivere Tramonti. Alle 21.00 si terrà l'incontro dibattito «Sguardi su Tramonti. Storie e tradizioni di una realtà locale». Per sabato 15 luglio alle 18.30 è in programma l'incontro «Un patto per Tramonti: un patrimonio regionale e nazionale». A introdurre e coordinare sarà Massimo Federici, assessore alla pianificazione e programmazione territoriale, mentre interverranno Lorenzo Forcieri, sottosegretario; Egidio Banti, senatore; i deputati Sergio Olivieri e Andrea Orlando; gli assessori regionali Renzo Guccinelli, Luigi Merlo ed Enrico Vesco e il consigliere regionale Moreno Veschi. Sabato, alle ore 21.00, la manifestazione si concluderà con la musica del Ghost Five Sextet. Per tutti e due i giorni e anche nel corso della settimana successiva sarà possibile visitare nell'atrio della Palazzina delle Arti una mostra con opere dedicate a Tramonti, di: Ugo Sajini, Olimpio Galimberti, Giancarlo Natale, Giovanni Mariotti Ionico, Maurizio Maggiani, Moreno Carbone, Jacopo Benassi, Roberto Buratta, Patrizia Paoletti, Daniele Virgilio e Enrico Amici.

 

LA   LOCANDINA   DELLA   MANIFESTAZIONE

 

Tramonti: una finestra sul mondo

Tramonti è il territorio nel Comune della Spezia che dal crinale della cinta collinare ad ovest del "Golfo dei Poeti" scende fino al mare e si incunea tra i territori di Riomaggiore e Portovenere. È il naturale affaccio della Spezia sul mare aperto: da questa finestra, in giornate particolarmente limpide, è possibile spaziare dalla costa Toscana alle isole del suo arcipelago. Sono facilmente osservabili le Isole di Capraia, Gorgona, l'Elba e la Corsica. Poi, seguendo l'arco della costa ligure, si riescono a distinguere nettamente, al confine francese, le Alpi Marittime con le loro cime innevate. Questo tratto di costa, che si snoda per circa 4 km, è suddiviso in quattro principali località che si susseguono da Portovenere verso Riomaggiore: Persico, Schiara, Monesteroli, Fossola. Toponimi che coincidono con gruppi di case più o meno numerosi che, a Schiara e Fossola, si configurano come veri e propri piccoli paesi, come testimoniato dalla presenza delle due chiesette: la prima dedicata a S. Antonio e l'altra agli Angeli Custodi.

Tramonti: conoscere un territorio della Spezia

Chi vuole andare a Tramonti oggi può percorrere la strada Litoranea e, attraversata la galleria Biassa, voltare a sinistra e, percorrendo il breve tratto di strada sterrata a traffico limitato, raggiungere Fossola. Oppure recarsi a Campiglia e poi, scendendo lungo la scalinata, attraversare scenari mozzafiato e raggiungere il Persico. Per recarsi alle località di Schiara e Monesteroli si dovrà raggiungere la località Telegrafo sulle alture di Biassa, proseguire sino alla palestra nel verde e qui, a piedi, scendere lungo la strada carraia fino al Menhir dal quale sarà possibile riprendere la discesa lungo l'antica scalinata in pietra. Per gli appassionati esistono numerosi altri collegamenti alcuni dei quali segnalati sulle guide del CAI e del Parco Nazionale delle Cinque Terre.

Tramonti: storia di una straordinaria opera dell'uomo

Tramonti era conosciuto e frequentato dall'uomo in epoche remote, già nel periodo neolitico (circa 10.000 A.C.). Ne sono testimonianza il Menhir e l'altare votivo posto di fronte.  II luogo era stato scelto quale sito di preghiera e propiziazione al Sole che tramonta con uno straordinario gioco di luci, sull'orizzonte di fronte ad esso. E probabilmente anche perché era prossimo ad una via di crinale che collegava il monte Santa Croce ed il Menhir del monte Capri (oltre Codeglia ): entrambi luoghi di culto di medesima epoca. L'antropizzazione di Tramonti è coeva a quella delle Cinque Terre.  Sono infatti simili per morfologia, per tecnica nella realizzazione dei muri a secco e per tipo di coltura impiantata. Il grande impianto risale al X-XI secolo, ma vi erano sicuramente preesistenze già in epoca romana. È stata proprio quest'azione dell'uomo a strappare Tramonti alla macchia mediterranea ed alla roccia a strapiombo. Un'opera che è il connubio tra diversi elementi interdipendenti tra loro: i terrazzamenti sorretti dai muretti a secco, un sistema di regimentazione delle acque, una viabilità pedonale che lo attraversa verticalmente ed orizzontalmente. L'utilizzo magistrale della pietra arenaria ha svolto in tutto ciò un compito primario e fondamentale, essendo l'unico materiale impiegato in quanto facilmente reperibile, come testimoniano le numerose cave presenti in zona. La specializzazione nella lavorazione ha originato manufatti unici ed irripetibili che oggi ben rappresentano la maestria e le capacità degli operatori di un tempo e costituiscono un patrimonio storico di inestimabile valore.

L'Ufficio Progetto Tramonti del Comune della Spezia

L'Ufficio Progetto Tramonti, istituito presso l'Assessorato alla Programmazione e Pianificazione Territoriale del Comune della Spezia, ha lo scopo di mettere a sistema tutti gli interventi previsti e in corso e di rafforzare le sinergie con il Parco Nazionale delle Cinque Terre di cui Tramonti fa parte. Oltre a ciò lavora anche per far conoscere alla comunità spezzina un lembo di territorio che appartiene alla Spezia ed è parte integrante della sua storia. In questi primi mesi di attività l'Ufficio Progetto Tramonti ha iniziato, in collaborazione con l'Università di Genova, uno studio approfondito sul quale sviluppare piani di intervento. L'obbiettivo a cui si sta parallelamente lavorando è quello di coinvolgere in questo progetto altre istituzioni quali la Regione Liguria, il Parco Nazionale delle Cinque Terre, il CIDAF, la Provincia. In attesa di progetti complessi e su larga scala, che richiederanno tempi più lunghi ed adeguati finanziamenti, si sta comunque già intervenendo su questioni importanti di più breve periodo: dal problema della mancanza di copertura telefonica su tutta l'area, allo studio di forme di coinvolgimento di soggetti economici che vogliano investire nella coltivazione dei vigneti. Contestualmente si cerca di reperire fondi e snellire gli iter del rimborso per il rifacimento dei muretti a secco. Sono in attuazione anche piani per la prevenzione dei danni causati dai cinghiali e per il recupero di sentieri. Sono state infine realizzate e sono in corso di realizzazione una serie di iniziative che puntano a promuovere e far conoscere Tramonti agli spezzini e ai turisti in collaborazione con l'attivo tessuto di associazioni della zona.

Ufficio Progetto Tramonti

Tel. 0187 727 204

e-mail: tramonti@comune.sp.it

 

 

 

A   CAMPIGLIA   SBOCCIANO   I   FICHI   D’INDIA 

Articolo tratto dal giornale “La Nazione” del 5 Luglio 2006, a cura di Luciano Bonati 

E’  un lavoro che reca contributo all'economia familiare richiedendo una sopportabile contropartita in termini di tempo e di fatica. Ben lontano dalle cure assidue che invece pretende la vigna nell'arco dell'anno. Riscoperto lo zafferano, la cui coltivazione trova riscontro a Campiglia in epoca medievale, la piccola frazione collinare del comune capoluogo fa ora il bis con il fico d'India, che nella nostra riviera spontaneamente nasce e prospera e il cui frutto, in tempi di miseria neanche tanto lontani, veniva commercializzato nelle Cinque Terre, particolarmente nell'area di Vernazza. Campiglia non compie un salto nel buio. Da un paio d'anni fa esperienza avvalendosi delle sole piante allo stato selvatico cresciute lungo i ripidi pendii non più difesi dai muretti a secco. Raccoglie i frutti e confeziona marmellate. Il mercato le ha subito premiate. L'offerta si è esaurita in un baleno alla scorsa fiera agroalimentare, mentre la domanda restava pressante. Da questa considerazione è partita l'iniziativa di sette contadini-proprietari iscritti all'Associazione Campiglia di passare alla coltivazione diretta dei fichi d'India, tanto più che la Regione Liguria sostiene economicamente azioni che rientrino nella filosofia del recupero del territorio attraverso colture anche diverse dalle tradizionali. Nei giorni scorsi, le nuove piantagioni sorte a Tramonti di Campiglia e dislocate a macchia di leopardo nelle sottozone di Chioso, Rocca del Merlo, Persico e Rossola, occupanti complessivamente 2.500 metri quadri di ex vigneto, sono state visitate da Anna Maria Lorenzani, dell'Ispettorato regionale funzioni agricole. Con lei erano i collaboratori dell'agronomo Luca Lo Bosco, coordinatore dell'operazione, e dirigenti dell'Associazione Campiglia. La Regione Liguria ha finanziato con 22 mila euro l'iniziativa, precisamente definita "Progetto dimostrativo per l'introduzione,la diffusione, la meccanizzazione della trasformazione del fico d'India nei territori costieri della riviera spezzina, per la valorizzazione e il recupero produttivo dei terreni marginali". Il fico d'India, appartenente alla famiglia delle cactacee, è una pianta succulenta, originaria del Messico e diffusa nelle regioni mediterranee, tropicali e subtropicali. Il suo fusto cespuglioso arriva anche a un'altezza di cinque metri, con rami trasformati i cladodi carnosi, le foglie trasformate in spine o setole verdi e caduche,  i fiori posti nel margine superiore. I frutti commestibili a bacca, con buccia gialliccia ricoperta di aculei e polpa gialla, bianca o rosso-violetta vengono usati per confezionare marmellate, per alcool e per miscele da foraggio. Negli ex vigneti ripuliti, le pale di fico d'India sono state poste a dimora (verticalmente interrate per una decina di centimetri) tra gennaio e marzo. Nonostante la siccità hanno attecchito e la loro corona s'è ornata di fiori. Le prospettive di buona fruttificazione sono tuttavia legate alla pioggia. Se, infatti, nell'ambiente arido il fico d'India pone il suo habitat, la piccola pala che deve mettere radici invoca un po' d'acqua dal cielo. La produzione in crescita porta con sé il problema della lavorazione del frutto, sinora esclusivamente affidata a procedimenti manuali, che si rivelano lenti ed onerosi. Ecco perché il "Progetto dimostrativo" sostenuto dalla Regione considera la meccanizzazione necessaria ad abbattere i costi. Sarà una ditta di Parma a fornire le attrezzature adeguate. Il laboratorio sorgerà a Campiglia, in locali messi a disposizione dal Comune della Spezia, e gioverà all'immagine stessa del paese attraverso la gamma dei suoi prodotti tipici, che spazia dalla marmellata di fichi d'India allo zafferano; dalla lavanda al sorprendente rosmarino condito.

 

CANESE  E  STURLESE  DI  TUTTO  IL  MONDO  UNITEVI. 

A  CAMPIGLIA

 

Articolo apparso su  “Il Secolo XIX” il 15 Giugno 2006, a firma di Luigi Caselli  

L'Associazione Campiglia è nata nel 1999. L'obiettivo era quello di rilanciare territorio e comunità: oggi conta circa 350 iscritti, campigliesi anche non residenti ma che, persino da lontano, in Italia e all'estero, hanno a cuore il loro paese. Ci stanno provando con tante iniziative: l'ultima è' quella di contattare tutti i "Canese" e "Sturlese", i cognomi locali, sparsi per il mondo, dandogli modo di ricreare un legame con la loro terra di origine. Insomma un paese che ha braccia e idee buone, che non vuol mollare di fronte a tante difficoltà (l'isolamento, il territorio aspro, la scarsezza di servizi, la scarsa natalità), ma che, appena sfiorato dal grande boom del Parco nazionale delle Cinque Terre, incredibilmente ne accusa, invece dei noti vantaggi, soltanto vincoli  e freni. Campiglia, a differenza dei celebri cinque paesi rivieraschi, è una frazione di Spezia, e alle sue autorità sono puntate le aspettative di una maggiore attenzione: si vorrebbe poter muoversi di più, essere assecondati in iniziative qualificanti non solo per un maggiore turismo, ma soprattutto per il mantenimento e lo sviluppo della piccola ma vivace comunità. Già arrivarci significa trovare un panorama esaltante, dove la natura selvaggia e bellissima affascina non meno che i segni del lavoro dell'uomo: le fasce, i vigneti, le case di arenaria. Qui ancora qualche anziano siede sulla soglia e saluta il turista che passa. Ma  per la gente qui abita, e non se ne e voluta andare, non è certo solo questione di paesaggio e di turismo. Se non se ne è ancora andata, è perché ama davvero questo luogo, e ne accetta i tanti disagi. Ma, bisogna dirlo, non in silenzio e non con rassegnazione. C'è, in paese, una forte consapevolezza del valore del sito, anche in campo umano e sociale, che va ben di là dall'effimero orizzonte delle scoperte di mode e di turismo di massa. Chi non è andato via vuol guardare al futuro, magari facendo tesoro di antiche esperienze. Come quella del vino e come quella dello zafferano. Per il primo, qui sono le prime fasce del "5 Terre" vitate a Bosco, Trebbiano, Albarola, ben differenziate nel prodotto a secondo della vicinanza del mare e quindi all'influsso dei salmastro. La produzione è esigua, il consumo quasi esclusivamente interno, ma la passione vince la fatica e si contendono alla macchia invadente le migliori posizioni. Per zafferano, poi, si sono addirittura scomodati gli avi ed il Registro, parrocchiale: lì, e ha dell'incredibile, c'è proprio scritto che in paese, sin dal 1600, si conosceva e coltivava il "crocus sativus" con risultati non inferiori a quelli di zone ben più famose. E allora perché non riprendere l'antica tradizione? A Campiglia c'è gente volonterosa: già nei lontani anni '20 ci si rimboccava le maniche per iniziative solidaristiche come la "Croce Rossa" e negli anni '50 venne creata la Cooperativa  Aristide Galantini che disponeva anche di un forno nel quale si alternavano le famiglie del paese per produrre il pane per tutti; più di recente sorsero un circolo con osteria nella scuola dimessa ed un "Circolo Arci" che svolgeva attività culturali e ricreative. Con questo Dna si può guardare avanti e impegnarsi in sfide non facili: è quello che per lo zafferano i campigliesi hanno voluto sperimentare già da qualche anno e che ora sta dando i suoi frutti. Sono necessari interventi per mantenere l’indispensabile presenza attiva della gente sul posto, e con strumenti che non ne intacchino o danneggino i tipici caratteri. Non mancano gli obiettivi, in parte   già realizzati, finalizzati a questo scopo: l'apertura di un centro di distribuzione di generi alimentari, il recupero di terreni abbandonati per la coltura dello zafferano. Nell'agenda delle cose da fare invece, sono il restauro del  mulino a vento e la sistemazione della discesa del Persico. Un grande sogno  è quello di riconquistare al degrado le zone vitate più vicine al mare e poi il riutilizzo dell'edificio della scuola come centro di insegnamento di scultura, ceramica, pittura, anche con la possibilità di alloggiare gli ospiti.

 

VELE BLU: LE CINQUE TERRE REGINE DEL MARE DOC, BENE LA SARDEGNA

 

ROMA - Le Cinque Terre, in Liguria, regine del mare doc; il Tirreno e la Sardegna a vele spiegate; Castiglion della Pescaia, Arbus, Bosa e Villasimius nella top ten delle acque cristalline. Ecco le eccellenze balneari secondo la Guida Blu 2006 pubblicata da Legambiente e Touring Club Italiano. Un libro che oltre ad assegnare le ''vele'', contiene 100 itinerari di snorkeling, la descrizione di 50 grotte e le informazioni relative a 50 mila posti letto tutti strettamente scelti in chiave ecologica. In particolare, Riomaggiore, Manarola, Corniglia, Vernazza e Monterosso, cioè le Cinque Terre, quest'anno salgono sul gradino più alto del podio. Subito a seguire altre 9 località balneari premiate con le ''5 vele'', il punteggio massimo, che completano la top 10 di Guida Blu 2006: Castiglion della Pescaia, Arbus, Bosa, Capalbio, Pollica Acciaroli e Pioppi, Villasimius, Isola del Giglio, Portovenere e Otranto. Cinque su dieci ricadono in aree protette. Per essere elette regine, queste perle hanno superato 128 esami su qualità dell'ambiente marino, servizi efficienti, rifiuti, energia, strutture sanitarie e offerta enogastronomica. Segnale importante arriva dalla Sardegna che piazza 28 località in classifica e ben tre tra le prime dieci (Arbus e Bosa sono infatti in terza e quarta posizione e Villasimius è settima). Il 2006 è l'anno del Tirreno ''pigliatutto'': Castiglion della Pescaia cede il primo posto alle Cinque Terre, conquistando però la seconda piazza. Entra per la prima volta tra le prime dieci la toscana Capalbio (5/a) mentre sale di qualche gradino Pollica, la perla del Cilento al sesto posto. L' Isola del Giglio scende all'ottavo e la ligure Portovenere al nono. Chiude la classifica delle magnifiche dieci Otranto. ''Gran parte dei flussi turistici nel nostro Paese sono attratti dal mare - ha commentato Roberto Della Seta, presidente nazionale di Legambiente - si stima che questa risorsa valga, solo per quel che riguarda il reddito delle attività collegate alle spiagge, 13 miliardi di euro, circa l'1% del Pil, (quando la fruizione della risorsa mare si attesta intorno al 10% del Pil). Questo significa che se le buone pratiche messe in atto dai comuni che hanno ottenuto le 5 vele fossero applicate in maniera più diffusa - continua Della Seta - non ci sarebbe solo un vantaggio ambientale ma anche economico soprattutto per il Mezzogiorno''. La Guida Blu 2006 (320 pagine a colori, 300 foto, disponibile in libreria a 18euro) accanto alla top dieci, riporta altre 256 località balneari - con giudizi che vanno da una a quattro vele - e descrive ben 315 deliziose spiagge e le indicazioni per raggiungerle.
''Con questa guida - ha affermato Michele D'Innella, direttore editoriale Touring - il Tci e Legambiente realizzano per il sesto anno consecutivo uno strumento di grande valore educativo volto a diffondere la cultura del rispetto per il nostro patrimonio ambientale. Uno strumento che unisce alla valutazione delle acque e delle spiagge effettuata dalla Goletta Verde l'analisi e la descrizione complessiva dell'ambiente, dei beni culturali, del paesaggio, della cultura enogastronomica e artigianale delle località segnalate''.
E come tradizione non manca la sezione Pescaturismo, con l' elenco aggiornato di 74 cooperative dedite a questa attività. E poi ancora l'elenco degli alberghi per l'ambiente, oltre 300 strutture ricettive che hanno sottoscritto un impegno con Legambiente per migliorare la loro sostenibilità: quasi 50.000 posti letto sparsi lungo la penisola, un numero considerevole che testimonia una volontà ormai diffusa di caratterizzare anche l'iniziativa turistica privata in chiave ambientale.

 

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09/06/2006 15:32

 

 

Commento dell' ASSOCIAZIONE   CAMPIGLIA:

I risultati della Guida Blu 2006 in cui pongono il territorio delle 5 Terre in testa alla classifica assoluta delle regine del mare doc, rendono la piena testimonianza che le spiagge di Tramonti di Campiglia, come la "Rossoa", il "Persico", il "Navone", sono veramente incontaminate, visto che il litorale che include le spiagge sopraelencate fa parte del Parco delle 5 Terre. Anche il mare di Portovenere viene classificato ai massimi livelli di podio, ciò è molto gratificante per le spiagge di Tramonti di Campiglia, che immediatamente confinano a Est con il territorio  di Portovenere: si rende perciò merito al nostro litorale, esente da contaminazioni, in cui come si sa, non esistono scarichi a mare e quindi inquinamenti di sorta.

 

 

 

“NON  SIAMO  CENERENTOLA  DEL PARCO  E  VOGLIAMO  DIVENTARE  AREA  CONTIGUA”

 

Vanno giù duro i dirigenti dell’ ”Associazione Campiglia” 

Articolo sul giornale “La Nazione” del 9 Maggio 2006, a cura di Luciano Bonati

«Apparteniamo al Parco nazionale delle Cinque Terre, però ne siamo la Cenerentola, poichè Tramonti di Campiglia non viene sufficientemente considerato. Allora renderemo forse un favore al Parco chiedendo di essere classificati di serie B a tutti gli effetti, precisamente di diventare «area contigua». E' il modo per avere le mani più libere nell'affrontare i problemi che ci affliggono». Vanno giù duri i dirigenti dell'Associazione Campiglia nell'assemblea tenuta nell'ex edificio scolastico che il Comune della Spezia dovrebbe presto consegnare al paese per le future esigenze, conseguenti al recupero produttivo del territorio ed allo sviluppo turistico sostenibile. Il presidente, Marco Cerliani, annuncia che si sta già lavorando in funzione della decisione «storica» di trasformare Tramonti di Campiglia in «area contigua» al Parco. L'argomento è stato affrontato con l'assessore regionale all'ambiente, Franco Zunino; con l'assessore comunale Marco Federici (anche nella sua veste di «tessitore» dei rapporti fra il Comune della Spezia e il parco delle Cinque Terre) e con il presidente della Circoscrizione, Stefano Gianardi. La presenza della Regione Liguria è significativa. La legge quadro sulle aree protette specifica, tra l'altro, che «i confini delle aree contigue sono determinati dalle Regioni sul cui territorio  si trova l'area naturale protetta, d'intesa con l'organismo dell'area protetta». Inoltre intervengono in merito a piani e programmi, sempre assicurando la conservazione dei valori delle aree protette. Nel caso di Campiglia, il problema principale consiste nel recupero di terreni incolti in funzione produttiva. Ben affermata la coltura di zafferano, è ora in rampa di lancio il ripristino di 3 ettari terrazzati per riconquistare il vino bianco secco di qualità e il passito «Renforsà» (l'equivalente dello Sciacchetrà delle Cinque Terre).  La riconquista della produttività ha però  prezzi alti, comportando la sistemazione dei muri a secco, le comunicazioni tra le  fasce e un controllo severo dei cinghiali, i  quali stravolgono il territorio di Tramonti  recando gravi danni ai contadini.

 

LA   REGIONE   FINANZIA   I  CAMPI   DI   FICHI  D'INDIA

Nelle fascie terrazzate di Campiglia

 

Articolo sul giornale “La Nazione” del 30 Marzo 2006 a cura di Luciano Bonati

La Regione Liguria finanzia il recupero di terre incolte, a Tramonti di Campiglia, da destinare alla coltura di fichi d'India. Il progetto è già entrato nella fase esecutiva, che si concluderà il 15 aprile con la messa a dimora delle caratteristiche «pale» su 2.500 metri quadri di fasce terrazzate un tempo coltivate a vigneto. Sette coltivatori locali, aderenti all'Associazione Campiglia, sono impegnati nell'operazione, seguita dall'agronomo Luca Lo Bosco e supportata dai risultati che l'Associazione Campiglia ha ottenuto in iniziative analoghe intraprese con i propri mezzi negli ultimi due anni: le confezioni di marmellata di fichi   d'India sono andate esaurite un un baleno. Ad esperimenti isolati segue ora un progetto organico, che prevede  pure la chiusura del ciclo «fichi d'India» a Campiglia. Infatti, alla raccolta dei frutti s'affiancherà un  laboratorio per la lavorazione degli stessi, in collaborazione con una ditta di Parma. Le attrezzature occorrenti saranno installate nell'edificio che ospitava le scuole, in accordo col Comune della Spezia. A proposito: la stessa Amministrazione civica e l'Associazione Campiglia si faranno carico del totale ripristino del fabbricato per un utilizzo a scopi sociali e culturali. L'operazione «fichi d'India» si colloca in un disegno complessivo di recupero del territorio. Nella fascia alta in faccia al mare, prospera ormai lo zafferano, nella fascia sottostante, dove più evidente appare il collasso geologico, viene destinata ai fichi d'India; nei terrazzamenti a più bassa quota, dal Persico a Navone, tornerà invece la vigna in funzione di vini pregiati. Si punta ad una produzione esclusiva di «rinforzato di Tramonti di Campiglia». E' in corso il recupero di un primo lotto di fasce terrazzate pari a 5 mila metri quadri. Il progetto è seguito da Walter De Battè, presidente dell'Associazione Piccoli Vignaioli.

 

NASCE  UN'ALLEANZA  TRA  LANGHE - 5 TERRE IN  NOME  DEL  VINO

Elio Altare tra Barolo e Campiglia

Articolo su "Il Secolo XIX" del 14 Marzo 2006, a cura di Gabriella Molli

“Comprate i vini dei vostri viticoltori delle Cinque Terre. Soltanto sostenendo il loro lavoro sarà possibile dare continuità ad una risorsa del territorio davvero unica». E' questo l'appello con cui Elio Altare, famoso produttore di Barolo nelle Langhe, ha salutato un gruppo di spezzini, capitanato da Barbara Schiffini di Slow Food La Spezia Cinqueterre, arrivati in visita alla sua piccola ma celebrata cantina che contiene le sue "creature", dal Dolcetto al mitico Barolo con cui si è conquistato uno spazio importante nel mondo del vino a livello internazionale. Elio Altare ha aperto per l'occasione un bianco nato in un vigneto che ha acquistato nella zona di Campiglia. Perché proprio lì? Per provare nuove emozioni, sostiene, dopo quelle che gli hanno dato in 38 anni i suoi vigneti langaroli. Un amore a prima vista per il territorio aspro e i suoi uomini, racconta, tanto da decidere di acquistare un pezzo di terra, di impiantarvi uvaggi autoctoni e di affidare il vigneto ad un giovane universitario (iscritto ad Agraria a Bologna) per trasmettergli la sua passione e la sua voglia di "dare dignità a un vecchio mestiere". E' così che la sua storia s'intreccia con le Cinque Terre. Elio Altare viene regolarmente a Campiglia e si divide fra Piemonte e Liguria con la gioia e l'entusiasmo di un ragazzo. Quando gli chiediamo di raccontarci i particolari di questa sua storia spezzina gli brillano gli occhi. «La vostra terra così in pendenza somiglia molto ai miei terreni sotto casa nelle Langhe - spiega - Solo che a Barolo non c'è il mare, non c'è il golfo, la bellezza dell'orizzonte e fare il vino, qui è altrettanto faticoso come da voi, ma ha qualcosa di molto poetico, di stimolante. Mi sono innamorato subito di questa asprezza e ho pensato che io, uomo di Langhe, avrei potuto scambiare le mie esperienze con i coraggiosi uomini cresciuti a contatto con il salmastro, avvezzi alla fatica dei muretti a secco, parlare con loro della lotta contro i cinghiali, che è anche la nostra lotta. Così ho iniziato a dialogare con uomini che fanno un vino traendo con fatica il massimo dalla loro vigna, impegnati in una ricerca intelligente, sensibili a un concetto di vino fedele al luogo. Uomini come Walter De Battè e Kurt Wachter, per intenderci. Ma ho iniziato anche a frequentare giovani viticoltori arrivati da poco alla scelta del vigneto, è il caso di Bernardo Capellini, ricchi di energie, sognatori, anche se tutta la fatica per produrre vino che si fa nel vostro territorio rischia di allontanarli per sempre, i loro sogni. Ho aperto un dialogo anche fra loro. Ebbene, ho subito capito che i mio nuovo progetto di vita doveva partire da lì». Nel suo regno langarolo Elio Altare produce 50mila bottiglie, le stesse di dieci anni fa: la sua cantina, hanno scritto di lui, è rimasta a misura d'uomo di un tempo. Ecco la sua filosofia: «Non amo la chimica e mi servo solo della tecnologia perché mi aiuta a fare un vino che nasce dalla mia testa, dal mio cuore e dalla mia vigna». Perché mette a disposizione tutta la sua esperienza in un vigneto nelle Cinque Terre? «Credo sia necessario stare vicini ai viticoltori che lottano per restare contadini: per fare un buon vino, bisogna sognarlo prima che nasca. E fare anche delle rivoluzioni». E lui che è passato dai 16 giorni di macerazione delle uve, poi agli 8, ai 4 e infine alle 42 ore del suo magnifico (e super premiato) Barolo ha davvero compiuto una rivoluzione. Facendo scuola in Langa prima, e ora anche alle Cinque Terre.

 

LE  FOTO  RACCONTANO  IL  PAESAGGIO  UNICO  DI  TRAMONTI

 

Articolo su "Il Secolo XIX" del 19 Febbraio 2006, a cura di Andrea Vergano

“La storia comincia raso terra, con  dei passi". Si potrebbe iniziare così, citando Michel de Certeau, per parlare del libro Tramonti '05: territorio/fotografia (Edizione del Parco delle Cinque Terre, La Spezia, 2005). Recente pubblicazione che raccoglie gli esiti di un progetto fotografico coordinato da Enrico Amici e Daniele Virgilio e promosso dal Parco Nazionale delle Cinque Terre, l'associazione "Per Tramonti" e l'Arci. Il libro, che si pone in ideale continuità con la precedente esperienza di lettura del territorio coordinata da Sergio Fregoso e Renzo Chini, non è di facile interpretazione, come forse un po' tutti i libri che si affidano in prevalenza  al linguaggio fotografico, essendo le immagini talvolta più ambigue e metaforiche delle parole. Ad aumentare questa difficoltà sono dei piccoli trabocchetti; piccole inevitabili contraddizioni tra le diverse parti scritte (le presentazioni di Franco Bonanini e di Cinzia Aloisini e Giancarlo Natale, l'introduzione di Mariolina Besio e la conclusione dei due coordinatori) che concorrono a depistare il lettore, aprendo di fatto il testo a quel "formicolio di passi" di cui si diceva all'inizio. Assumendo come chiave di lettura quel brano dell'introduzione di Mariolina Besio riportato anche nella seconda ala di copertina - il sostituirsi "all'epica delle grandi visioni ... la poesia delle piccole cose, un'associazione di frammenti visti al microscopio… " - si può forse reinterpretare e rileggere il libro seguendo una delle sue possibili traiettorie. Scorrendo il testo, inseguendo sia le immagini che le parole, si può notare come le grandi visioni non siano del tutte abbandonate, anzi mi sembra che siano ancora quasi dominanti, sebbene un po' spente, un po' stanche, come il fiato di Bonanini sulla "scala monumentale" di Monesteroli - "ricordo di quando percorsi per la prima volta la scala di Monesteroli in salita e dovetti attingere alla 'riserva' fisiologica che, fortunatamente, il nostro organismo conserva per le grandi occasioni" -, o come la lenta andatura della passeggiata di Sergio Fregoso e Giancarlo Natale - "a passeggiare così non te ne accorgi nemmeno. Perché se la prendi di petto, beh ... ma altrimenti non te ne accorgi nemmeno di farla, non è faticosa...”. Ogni tanto queste visioni epiche ricompaiono, spesso in bianco e nero, come una memoria atta a segnare l'assenza di ciò che è stato. Appartengono forse irrimediabilmente al passato, malinconicamente nostalgiche come quella immagine di Enrico Amici che rifotografa una fotografia datata "Campiglia 1940". A queste grandi visioni sembrano appartenere anche i primi piani di Patrizia Paoletti. Primi piani gentili, di volti che raccontano e parlano di Tramonti e di quello che uno si immagina sia vivere a Tramonti. Primi piani assai diversi da quelli di Jacopo Benassi. Qui le grandi visioni sono del tutto assenti. Volti come frammenti tenuti insieme solamente dal toponimo "Fossola" che compare come titolo. Ci si fida del fotografo (e la fiducia è totale) perché questi corpi, volti, fotografati senza età (con quel flash sparato in faccia) appartengono ad una esplosione ormai avvenuta. Gli altri frammenti forse sono ancora ricomponibili, ricongiungibili con quello sfondo epico ormai con il fiato corto e in bianco e nero. La monorotaia conferisce un senso di continuità fisica allo sguardo, le bottiglie o le lattine di birra vengono riciclate e assorbite come improvvisati spaventapasseri di plastica o di latta, le baracche mimetizzate in una sorta di autoprogettazione organica con l'ambiente, che si sottrae alla regolazione.  Altri frammenti (più rari) convivono, potenziali risorse, con un territorio che viene anche venduto come turistico: l'escursionista del Persico, scarpe e asciugamano sugli scogli di Monesteroli. La conclusione di Maggiani è esasperante, una litania della poesia delle piccole cose purificatrici (di plastica o di ferro arrugginito poco importa). Forse sta qui il vero senso di deperimento del territorio. Illuminante nel segnare il limite, come l'ultima allungata nota di un carillon.

 

 

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 16-11-09